Mercoledì la Casa Bianca ha ospitato una cerimonia di firma in cui le principali aziende tecnologiche si sono impegnate a non trasferire i costi dei data center sulle bollette elettriche dei consumatori. L’evento, guidato dal presidente Trump, mirava a rassicurare gli elettori in mezzo alle crescenti preoccupazioni per l’aumento dei prezzi dell’energia legati al boom del settore dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, esperti e addetti ai lavori del settore respingono in gran parte l’impegno come simbolico, in quanto privo dei meccanismi di applicazione necessari per garantire un’effettiva protezione dei consumatori.
Il teatro politico in un anno elettorale
La reazione bipartisan contro l’espansione dei data center è aumentata di recente, e la questione è diventata un punto focale nelle elezioni statali e nazionali. Un recente sondaggio mostra che meno del 30% degli americani è favorevole alla costruzione di data center vicino alle proprie case. La mossa dell’amministrazione sembra concepita per affrontare le preoccupazioni degli elettori, ma manca di un sostanziale potere normativo. Come sottolinea Ari Peskoe di Harvard Law, “Questo è teatro… La Casa Bianca non ha molte mosse qui”.
Il problema principale: i modelli di business dei servizi di pubblica utilità
La questione fondamentale non sono le aziende tecnologiche in sé, ma la struttura della rete elettrica statunitense. Le utility traggono profitto dagli aggiornamenti delle infrastrutture, scaricando i costi sui consumatori. Anche se i giganti della tecnologia rispettassero pienamente l’impegno, investendo in energie rinnovabili o costruendo le proprie centrali elettriche, il sistema più ampio incentiva la condivisione dei costi. L’attuale modello di business dei servizi di pubblica utilità è progettato per socializzare i costi, il che significa che tutti pagano, indipendentemente da chi guida la domanda.
Applicazione limitata e realtà del settore
L’impegno non è vincolante e consente alle aziende di assumere impegni senza responsabilità legale. I contratti tra i servizi di pubblica utilità e le aziende tecnologiche sono privati e ostacolano la trasparenza. Inoltre, gli operatori di data center più piccoli non dispongono delle risorse per iniziative su larga scala come la realizzazione di sistemi di produzione di energia in loco. Anche il settore è frammentato; la costruzione è spesso affidata ad appaltatori che gestiscono l’approvvigionamento energetico in modo indipendente.
Le soluzioni legislative restano sfuggenti
Il Congresso potrebbe affrontare la questione attraverso leggi, ad esempio progetti di legge che obblighino i data center a farsi carico dei propri costi energetici. Tuttavia, lo stallo partigiano rende improbabile un’azione significativa. Alcuni stati hanno visto i tentativi legislativi bloccarsi sotto la pressione di potenti servizi pubblici, che si oppongono a misure che taglierebbero i loro profitti. Ad esempio, un disegno di legge della Georgia che imponeva di non condividere i costi è stato improvvisamente interrotto a causa dell’opposizione di Georgia Power.
Il riconoscimento dell’esistenza di un problema è la parte più significativa di questo impegno. Stiamo assistendo a un vero cambiamento nel modo in cui l’industria parla di questo problema.
Anche se l’impegno in sé potrebbe non fornire risultati immediati, rappresenta comunque un cambiamento nella discussione del settore. Per la prima volta, le principali aziende tecnologiche e la Casa Bianca stanno riconoscendo pubblicamente il potenziale dell’espansione dei data center per aumentare i costi al consumo. Questo è un primo passo, ma la vera soluzione richiede un cambiamento sistemico, che richiederà un’azione legislativa e una riforma strutturale dei servizi pubblici.
