Un nuovo documentario, The AI Doc: Or How I Became an Apocaloptimist, si tuffa nel mondo in accelerazione dell’intelligenza artificiale e nelle domande inquietanti che circondano la sua crescita incontrollata. Diretto dal premio Oscar Daniel Roher, il film presenta rare interviste con leader del settore come Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic) e Demis Hassabis (DeepMind), insieme a una simulazione incredibilmente realistica dello stesso Altman generata dall’intelligenza artificiale.
Le scomode verità
Il documentario non tira pugni. Di fronte a domande dirette, Altman ammette apertamente che non c’è motivo di fidarsi di lui o dei suoi colleghi per gestire i rischi dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questo sorprendente candore dà il tono a un film che espone le realtà scomode dietro l’hype. Esperti come Tristan Harris avvertono che alcuni addetti ai lavori dell’intelligenza artificiale non credono che i bambini oggi vivranno nemmeno fino a finire la scuola superiore, dato il potenziale di collasso sistemico.
Questa non è solo fantascienza. Il film evidenzia come l’attuale corsa all’intelligenza artificiale sia guidata da forze di mercato incontrollate e da una lotta spietata per il dominio, che concentra ricchezza e potere nelle mani di una piccola élite. Il documentario sottolinea che la posta in gioco non è solo teorica; la corsa all’oro non regolamentata sta accadendo ora.
Oltre l’hype: cosa manca?
Nonostante abbia ottenuto interviste di alto profilo, il film evita in gran parte il rigoroso interrogatorio sulle grandiose promesse fatte dalla Silicon Valley. Le vaghe assicurazioni di “benefici superiori ai danni” sono accettate senza respingimenti. Il documentario elude anche la questione cruciale del perché dovremmo aspettarci che gli attuali modelli linguistici imperfetti balzino improvvisamente nel regno dell’”intelligenza generale artificiale” (AGI) – un ipotetico livello di intelligenza artificiale che supererebbe la cognizione umana.
Il documentario si basa sul familiare schema dei dirigenti tecnologici: presentare i loro prodotti come salvatori o distruttivi del mondo, posizionandosi come gli unici in grado di guidare il futuro.
Un invito all’azione… con un trucco
Roher inquadra il documentario attorno alle sue ansie di padre in attesa, chiedendosi che tipo di mondo erediterà suo figlio. Pur offrendo un corso accelerato sui fondamenti dell’intelligenza artificiale, il film in definitiva chiede una pressione pubblica sui governi e sulle aziende per garantire che l’intelligenza artificiale si evolva in modo sicuro.
Questo invito all’azione sembra stranamente fuori luogo. Il documentario riconosce gli incentivi perversi che guidano il boom dell’intelligenza artificiale, ma termina suggerendo che è il pubblico – e non i dirigenti sotto esame – a dover risolvere il problema. Ciò è particolarmente stridente date le feroci critiche di Roher all’economia dell’intelligenza artificiale come uno “schema Ponzi”.
La visione del film riguardo al cambiamento positivo è confusa. I dirigenti sono pronti a partire, il loro status è un semplice incidente del destino.
Il quadro più ampio
The AI Doc è un prezioso contributo alla conversazione, sensibilizzando sui rischi esistenziali posti dall’IA. Tuttavia, non riesce ad affrontare veramente le strutture di potere che stanno guidando il caos. Il film lascia intendere che tutti siano pronti a partire, compresi i miliardari che già controllano la tecnologia su larga scala.
Il documentario è un punto di partenza, non una fine. Lascia il pubblico con un senso di disagio, ma anche con la consapevolezza che il futuro dell’intelligenza artificiale non è predeterminato. La vera domanda è se chi detiene il potere darà priorità al profitto rispetto alla sicurezza, e se il pubblico richiederà qualcosa di diverso.





























